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venerdì, 4 Aprile 2025

Fondato da Gianfranco Cusumano

La battaglia del grano a Milazzo. Quando i messinesi volevano mettere le mani sulla Piana

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UN PO’ DI STORIA. Nella metà del XIV secolo la Sicilia era il granaio della Catalogna; nella Piana di Milazzo era concentrata una notevole produzione di frumento e dal suo porto partivano vascelli carichi di grano, formaggio, seta grezza e vino diretti verso i porti iberici. La conquista normanna della Sicilia, completata nell’anno 1091, infatti, spostò il centro delle attività economiche verso la parte orientale dell’isola. Ebbero maggior peso città come Messina e Siracusa e a seguire Patti e Milazzo. Sotto la dominazione araba Messina venne descritta “come un paesello su la costiera della Sicilia” e anche Milazzo sotto gli arabi doveva avere modesta entità. Con la ripresa delle attività commerciali seguita al consolidamento del regno normanno,  il ruolo di Milazzo  divenne  importante  al punto da indure lo stesso Imperatore FEDERICO II di Svevia nel Giugno del 1240 a stabilire che  “ci debbano essere due porti Augusta e Milazzo, solamente dai quali siano esportati fuori dal regno  tutti i prodotti alimentari eccettuata la quinta parte da destinare al nostro Senato” (Regesto Imperatore Federico II, Fogia, VI, 1240 …”duo portus debeant esse, in Augusta videlicet et Melacio…”).  

Per gli storici dell’epoca il concetto di Piana di Milazzo esposto nei documenti e nella cartografia nel XVI e XVII secolo era “… amplissimo, perché comincia dal Divieto di Messina, sotto il casale detto di San Gregorio, fino al castello dell’Oliviero…”.

Messina manteneva il porto più importante ma aveva una produzione di beni insufficiente alle proprie  esigenze, fortemente condizionata com’era dalla conformazione del suo territorio poco adatto alle produzioni agricole, specie a  quella del frumento. Inoltre la  popolazione  dai casali  premeva per vivere e lavorare  nella città.  La situazione a Messina allorchè venne sottoscritta la Pace di Caltabellotta (1302) era drammatica;  imperversavano “fame e carestia, incendi e distruzioni di mulini e case, tagli e devastazioni di giardini e vigne…” (E.Pispisa).  Dopo la cacciata dei francesi (1282), con l’affermazione del regno aragonese, la presenza dei genovesi a Messina venne ridimensionata, con conseguenze anche su Milazzo.  

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Nei  commerci si affermò gradualmente la componente catalana, proveniente principalmente da Barcellona,  che godeva  del favore del re Pietro d’Aragona. In poco tempo le merci provenienti dal porto catalano vennero  esentate dal dazio d’importazione e con tale favorevole condizione il commercio dei catalani a poco a poco soppiantò quello genovese. Nel 1286 i Catalani avevano un solo  console  a Palermo, poi uno anche a Messina e Trapani; ma nel 1345 sotto Re Giacomo i tre consoli furono autorizzati a designare 15 viceconsoli. Quello di Messina ne insediò 3, rispettivamente a Patti, Milazzo e Taormina. Una rete così fitta da far dire a qualche storico che  “in pochi anni la Sicilia si ribellò  agli Angiò (con il Vespro)  per darsi agli Aragonesi…” .

Nello stralcio cartografico del XVII secolo Milazzo viene definita “Regio Mylasita”

Nella metà del XIV secolo la Sicilia era quindi il granaio della Catalogna; nella Piana di Milazzo era concentrata una notevole produzione di frumento e dal suo porto partivano vascelli carichi di grano, formaggio, seta grezza e vino diretti verso i porti della Catalogna. La rinata borghesia messinese sospettosa delle fortune dei prodotti della piana, rivolgeva sempre di più le proprie attenzioni verso il possesso di terre nel territorio di Milazzo. Tra i primi feudatari di Messina vi furono i Crisafi che successivamente divennero proprietari di  Gelso-San Basilio e poi  del feudo  di Camastra (Pace del Mela); anche i Cirino  che subentrarono sempre nel feudo  di Gelso-San Basilio erano messinesi. Proveniente da Messina  era quel  Francesco  Romano che per primo  ebbe  la licentia populandi per il feudo di Cathafi (1509-1510), così come lo erano i Balsamo che vi subentrarono. Tra le grandi famiglie di origine catalana vanno annoverati i Moncada  per lunghissimo tempo signori di Monforte e della contigua San Pietro di Monforte (San Pier Niceto). Era il grano di Milazzo a garantire la sopravvivenza fisica dei messinesi da qui i numerosi tentativi portati avanti per secoli di  assoggettare alla propria giurisdizione il territorio della Piana di Milazzo. Secondo i dati alquanto approssimativi della popolazione del Regno nel 1478-79 Messina aveva una popolazione di circa 32.000 abitanti,  tutta la Valdemone ne aveva circa 173.000, Milazzo ne poteva vantare circa 4/5.000; tutta la Sicilia non raggiungeva i 500.000 abitanti.

La rinata borghesia messinese sospettosa delle fortune dei prodotti della piana, rivolgeva sempre di più le proprie attenzioni verso il possesso di terre nel territorio di Milazzo. 

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Scrive lo storico Francesco Napoli che la nazione catalana aveva in Milazzo una propria chiesa, quella di Santa Maria della Catena “dirimpetto a quella di Santa Caterina”,  chiesa che il Napoli posizionanel mezzo tra la fortezza e il convento di San Francesco di Paula”.  La chiesa è qui da intendersi non solo come luogo di culto e di preghiera ma anche  come punto  di incontro per lo sviluppo e la  definizione  degli interessi economici  e commerciali. Il fatto che Milazzo ospitasse un viceconsole catalano è chiara dimostrazione  che in città risiedevano diverse famiglie catalane dedite ai commerci  e all’acquisto delle partite di frumento da imbarcare nel porto di Milazzo. Il concetto di Piana di Milazzo esposto nei documenti e nella cartografia nel XVI e XVII secolo (vedi stralcio allegato)  va considerato  alla luce  di quanto affermato  dagli storici dell’epoca;  secondo questi si trattava di un territorio “… amplissimo, perché comincia dal Divieto di Messina, sotto il casale detto di San Gregorio, fino al castello dell’Oliviero…”. Il Fazello nel 1558 a proposito della Piana di Milazzo così scriveva “… Ager Mylensis plenum frumenti, vini, olei et pabuli feracissimum est…” (La campagna di Milazzo, piena di frumento, vite, olivi e pascoli è fertilissima).  Una descrizione che  è da tener per vera poiché, come scrisse nell’introduzione lo stesso autore,  “ … avendo quattro volte  e più passeggiata e con molta curiosità tutta la Sicilia” .

Pino Privitera

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